Ad oltre due settimane dalla fine della Lavaredo Ultra Trail, forse mi accingo a scrivere due parole di quella che é stata la mia prima volta.

Ero stata avvisata, é una gara particolare. Ma mai avrei pensato cosí.
Ero preparata? Non saprei. Ho avuto un mese completo di stop ad aprile ed il recupero è stato piú lungo del previsto. Ho iniziato a fare allenamenti piú intensi verso il 10 di maggio fino a metà giugno. Un mese solo, per prepararsi alla gara piú importante d’Europa. Pessima idea, ma ero iscritta, faceva parte delle mie quattro tappe di quest’anno e dunque via, non si pensa ma si corre. Santifico il coach che mi ha sopportata.
Ah, dettaglio da non sottovalutare…non avevo provato il percorso. Sbagliatissimo. Ma lo dico con cognizione. Io non provo mai i percorsi, figuriamoci quelli lunghi. Ma questo é da provare. Fatelo a tappe, con lo zaino da trekking e dormite in rifugio. Ma fatelo. Le vostre gambe vi ringrazieranno.

Mentre scrivo queste righe penso che siamo già ai primi di luglio e tra meno di giorni parto per la mia seconda ultra di quest’anno. Come direbbe qualcuno, follia! Ma è una componente essenziale per farle e chiuderle. Quindi me la tengo, anzi nei momenti peggiori, è la mia migliore amica. 

Tornando alle cose serie…
Parto con mio papà, la mia nana e il mio cane, un vizsla. Sottolineo la razza perché pareva esserci un raduno a Cortina di bracchi ungheresi, per questo ho deciso di trascorrere il week end li, mica per la LUT. 
Scherzi a parte, ci mettiamo in viaggio alle 9 del mattino dopo che avevo guardato istericamente per oltre un’ora l’orologio mettendo pressione a mio papà che stava finendo di caricare il camper a noleggio. 
Ecco, noleggio. Evidenziamo questa parola. Se noleggi, o conosci il proprietario o conosci la sfiga. Bene, noi eravamo molto intimi con quest’ultima e dopo due ore è rimasta accanto a noi per le seguenti sei. Ebbene sì, problema al motore e carro attrezzi in autostrada. Vi lascio solo immaginare chi, oltre a codesta sfiga, sia venuto a trovarmi. Anche lui ha preso un caffè con me.
Peró, ci sono sempre i peró, l’officina in cui siamo stati portati ha preso a cuore il nostro caso (forse perché stavamo occupando tutta la sala d’attesa e mancava poco che si preparasse cena) e hanno risolto l’enorme problema, facendoci ripartire alle 18 da Piacenza. Destinazione Cortina, orario di arrivo ore 23! 
Perfetto, arrivo giusto 24h prima della gara… non male visto che la situazione iniziale era il non arrivare.

THE DAY

Il gran giorno arriva anche troppo presto e, abituata a lavorare per qualcuno durante quell’evento, vado in giro spavalda salutando chiunque e facendo diventare le gambe gonfie e stanche in meno di mezza giornata. Bella mossa Enrica.
Mi rintano nel camper dopo che mi sono sentita tirare le orecchie dalla mental coach e da Tommaso (Bassa, coach di Destination Unknow).
Mangio nuovamente riso (sarà il settimo giorno) e ne preparo anche per la cena e i ristori della gara. Gambe in alto e sonnellino pomeridiano.
Ah, nella mattinata avevo ritirato il pacco gara, consumando tutte le parole che avevo. (questo comporterá il mio mutismo durante tutta la gara)
La sera si cena con mia figlia che mi fa mille domande interrogandosi sul perché inverto i tappi dei miei contenitori. Il suo lato maniacale esce fuori e rimette i tappi in ordine. Sclero generale.
Per vendetta le faccio la sua prima ceretta. Mi sono divertita molto e ho scaricato la tensione.


Finalmente giungono le fatidiche 10 di sera. Mi cambio e metto mille strati addosso perché vedo che due foglie si muovono ed ho il terrore di prendere freddo alla pancia. Appena esco dal camper sudo. Partiamo bene penso, neanche so piú vestirmi.
Nell’andare verso corso Italia ragiono su cosa sto per fare e ripenso a tutte le raccomandazioni fatte su salite e discese, sul dove coprirsi e svestirsi, sulla valle Travenanzes. Ok, troppi pensieri, il mio cervello non riesce adesso.
Bolla intorno a me, come mi insegna la mental coach, e non esiste piú nessuno… o forse no.
In griglia sono circondata da uomini enormi che spingono a destra ed a sinistra, come se non esistessi. Mantengo la calma, respiro. Saluto chi riconosco. Dieci, nove, otto, sette…tre, due, uno, VIA! Io rimango ferma. Noi non partiamo. Siamo troppi e prima di far passare tutti i concorrenti bisogna aspettare. Passo la linea di partenza dopo almeno 4 minuti. Mi sale il fuoco, ingrano la quinta e non smetto di correre fino al primo ristoro (km 18,7 – Ospitale): primo grande errore! Da lì ricordo poco i sentieri, era buio e con la frontale vedevo solo pochi metri oltre ai miei piedi.


Prendo il ritmo, bastone e passo, bastone e passo. Ma questa mia concentrazione viene nuovamente disturbata da persone di altra nazionalitá che pensano di essere al concerto dei Red Hot e urlano come se li dovessero sentire fino a Cortina. Accelero e sbaglio di nuovo.
Giungo a Misurina in perfetto orario previsto. Ci sono mio papá e mia figlia, entrambi increduli della mia puntualitá. Grazie della fiducia.
Mangio, cambio gel e borracce e riparto.
300 mt e pausa wc. Direi di essere ripartita bene.
Da lì in avanti inizia la prima grossa crisi. La salita al rifugio Auronzo é una sofferenza. Tra santi e arcangeli ed un vento che mi spostava a suo piacimento, arrivo in cima.
Chiedo da mangiare, la risposta: ‘’Qui non c’è cibo, solo da bere. Il prossimo ristoro è solo a 17 km. Tutta discesa”.
Da questa frase potrete capire quanto la mia crisi, al posto di passare, fosse peggiorata: come fa a non esserci cibo se il ristoro é in un rifugio? Solo 17 km?? Tutta discesa??

Parliamone: solo 17 km di discesa vuol dire che ti spezza le gambe ed arriverai al punto successivo demolito e affamato.
No bene. 
Ora come gestisco questa problematica? Non la gestisco, vado e spero che i protettori delle tre cime mi traghettino a Cimabanche.
Così non é stato, l’ho corsa tutta ed anche in questo caso gli angioletti erano con me. Da sottolineare che, puntuale, è arrivato il ciclo. Questa giornata prosegue sempre meglio.

Arrivo a Cimabanche (base vita km 66). E poi non vi racconto, meglio per tutti. Riesco a cambiarmi e mangiare qualcosa, ma troppo poco e mio papà, che si è impegnato nel farmi trovare tutto pronto, raccoglie solo insulti e parole poco dolci: la dura vita dell’assistente.


Riparto e sembra funzionare quasi tutto. Le gambe le sento già cedere, ma do loro poca importanza.
Entro nel clou della gara: Malga Ra Stua e la famigerata val Travenanzes.
Non avrei voluto crederci, ma tutto ció che mi è stato raccontato sulla Travenanzes è dannatamente vero. Non finisce mai, passi salite dolci, discesi velocissime, rigagnoli e sassi. Vedi la cima ma piú la guardi, piú lei sembra allontanarsi.
Nota positiva, il ristoro all’omonima Malga mi ha illuminato. Birra, acqua fresca ed arancia. In quel momento ho pensato di essere ad un banchetto nuziale. E io non bevo e detesto l’arancia in gara. Come cambiano le cose quando non controlli piú il tuo corpo.

Ah, finalmente si scende: Col Gallina arrivo. Invece no! Dopo circa 2 km ecco che si ripropone una strada bianca in salita. Guardo l’altimetria: questo punto l’hanno omesso, sono certa. Invece sono io che non leggo bene. Con imprecazioni e spinte supero anche questo ostacolo e giungo lì, all’ultimo ristoro assistito.
Come sempre i miei assistenti si sono beccati mille insulti e noiosi discorsi su quanto fossi stanca e senza forze. A sto giro neanche mangio.
24 km e 1200 D+, cosa vuoi che siano?
Parto scarica da cibo, solo qualche gel ed imbocco il sentiero dolorante ma consapevole di cosa mi stava aspettando.
Almeno quei km li avevo già fatti l’anno scorso… ma da rilassata, non con 96 km alle spalle. Dettagli.
Salgo comunque al rifugio Averau con un bel passo, lo stomaco non regge ma le gambe si. Inizio la discesa al passo Giau. Fine.
Potrei terminare qui il mio racconto. Da quell’istante in avanti ho perso l’uso del mio corpo. L’avevo tirato troppo ed era finito.
Come procedere? Solo con la testa ed il cuore, come mi hanno insegnato e come so fare. Metto l’anima in pace per obiettivi di tempo e cerco di arrivare ancora con le mie gambe a Cortina.


Arrivata a forcella Giau piango, tanto per cambiare. Ma prestate attenzione, non piango perché era finita la salita. Piango perché da lì avrei avuto solo altri 11 km di discesa devastanti, dapprima su strada bianca e successivamente nel bosco, umido e con radici.
Lo consiglia il medico quando hai mal di gambe.
Con circa un’ora e trenta di tragitto in questi sentieri impervi, i miei piedi toccano l’asfalto.
E m’illumino d’immenso. Mi faccio coraggio e corro. Ho male ovunque ma corro. Voglio solo sedermi. Due chilometri e saró nuovamente in corso Italia, lasciato 20h prima.
Strappetto per arrivarci ed ecco la folla di persone, ecco la ragazza che mi offre una birra a 300 mt dal traguardo: che fai, non accetti? Dunque a goccia una piccola chiara e riparto. Male alla milza, male alle gambe, male e male.
Ma laggiú mi aspetta la persona piú importante, laggiú la mia nana con cui ho tagliato i traguardi piú belli, a cui ogni giorno insegno di crederci.
Le stringo la mano, ho il mio papá con il mio cane che urlano, le mie dolcissime amiche Denise (9 donna sulla 120 km LUT) e Serena che corrono dietro per fare il video ed essere presenti anche loro al mio traguardo, ho il mio compagno lontano ma vicino perché so che si è sentito con mia figlia. Ho tutto quello che voglio.

Taglio il traguardo. Sono distrutta.
Non ho piú forze, zero. Ho dato la mia anima a questa gara. Ho tirato fuori un’Enrica che non sapevo esistesse. E che, volente o non volente, é rimasta lá.
Mia cara Lavaredo, ora capisco tutto quello che mi hanno raccontato su di te. Sei bastarda ma torneró e sapró affrontarti come meriti. Te lo prometto.

Enrica Gouthier