Correva l’anno 2019. La pandemia ancora non sapevamo cosa fosse. Vedere quelle immagini, ora, fa pensare. Tutti insieme, tutti appiccicati lì alla partenza, tutti senza mascherina. Le guardi, quelle foto, e speri che tutto possa tornare così. Dopo lo stop dettato dall’emergenza, la gara torna il 3 luglio 2022 con i suoi 4km di creste aeree, il suo sviluppo da 42km e un dislivello positivo di 2700 metri. Una gara impegnativa, cancelli stretti (per me molto stretti!), ma una competizione per cui vale davvero la pena prepararsi!

Di seguito il mio racconto sull’esperienza del 2019, pubblicata sul sito orobie.it:

Una gara che “fa curriculum”, così mi è stato detto, anche se ho sforato il muro delle 8 ore. «Tu hai corso la Skymarathon Sentiero 4 Luglio ragazza, e certo che fa curriculum, il resto sono solo chiacchiere e distintivo». Le parole dell’onnipresente Maurizio Torri, (una vera personalità nel mondo della corsa e dello scialpinismo) mi echeggiano nella testa. Riascolto il suo messaggio più volte, dalla voce un po’ gracchiante dello smartphone, per sentirmelo ripetere nuovamente. Fatta!

Mi sono iscritta a questa competizione a inizio stagione, convinta che sarebbe stato un 2019 di super allenamenti. Che sarei arrivata pronta per affrontare quell’unico cancello, quello di Cima Sellero. 20 chilometri e 2.100 metri di dislivello positivo in un tempo massimo di 4 ore per gli uomini e 4 ore e 15 per noi donne. E invece, per svariati motivi, sono arrivata con una forma fisica e un allenamento assolutamente non soddisfacenti.

Alla partenza non siamo molte. Le facce tese e concentrate. Gambe atletiche, forti, asciutte. Le gambe delle altre, non le mie, che a dieci secondi dal via si fanno molli come mozzarelle. Ma sono qua ed è fondamentale che io dia il massimo, per non rimpiangere poi il fatto di non averci nemmeno provato. 3,2,1… Il serpentone di pantaloncini e gonnellini parte un filo a rilento, ma il gruppo prende subito un buon ritmo sul primo tratto di asfalto e a me non rimane che tentare di stare al passo.

Dopo qualche chilometro l’ingresso nel bosco, che segna l’inizio della salita. Lunga, calda, anche se non sono ancora le otto del mattino. Cerco di prendere un ritmo deciso e regolare, mi aiuto con i bastoni. Dopo non molto vengo sorpassata da un gruppetto di uomini (partiti 15 minuti dopo le donne), tra loro anche il vincitore Daniel Antonioli, che sembra volare. Segue un traverso panoramico, che alterna tratti di discesa, di piano e qualche salita. Non mi preoccupo dei tempi, perché tanto sono convinta di non arrivare al cancello, penso solamente a dare il massimo e a gestire la fatica. A respirare.

Il tempo scorre e così anche la terra sotto ai piedi. Una nuova salita per arrivare a scorgere, finalmente passo Telenek e la mitica punta del Sellero. Il cancello si trova lassù. «Dai, mancano quaranta minuti alla chiusura del cancello, ce la puoi fare», così mi viene detto al ristoro. «Davvero, ce la posso fare secondo te?», quasi non ci credo. La vetta pare lontanissima, ma nella mia testa comincia a insinuarsi il dubbio: «Forse ce la faccio… forse… Sarebbe un miracolo, non so come ho fatto, non credevo». Stacco la testa, ringrazio i ragazzi del ristoro e riparto. Le gambe sono pesanti ora, ma penso a tutta la fatica fatta fino a questo momento. Continuo a salire, cercando di abbassare il battito, passo il tratto di neve (scalinato ad arte dagli organizzatori) e sono sulla cresta che porta, verticale, al cancello del Sellero. Davanti a me un uomo dalla maglia bianca, sembra affaticato, dietro un ragazzo e, a distanza, una ragazza che pare decisamente stanca. Lo sono anche io. Non so quanto manchi ma ce la devo mettere tutta. Mi appoggio con forza sui bastoni, per rendere la progressione più veloce. Occhi puntati a terra. Non guardo più la vetta. Salgo e basta. E poi, all’improvviso, ecco la cima, l’arco che contraddistingue il cancello orario. «Dai che ci sei, brava, mancano dieci minuti». Oltre l’arco, sorridenti e forse un filo sorpresi, Rocco e mio papà, anche loro in gara e arrivati poco prima di me. Capisco che si sono fermati per aspettarmi, per continuare insieme lungo la parte, impegnativa, delle creste. Un attimo di commozione per questo gesto che, in questo momento, significa tanto.

Via i bastoni (in questo primo tratto di cresta con passaggi esposti e catene sono proibiti dal regolamento) e si parte. Gli occhi sono tentati di spaziare perché il paesaggio è magnifico ma il percorso mi obbliga a tenerli incollati a terra. Più che correre, si marcia e si fa attenzione a non mettere il piede in fallo. In alcuni casi il salto potrebbe essere di diverse decine di metri. Sono 14 chilometri di creste, intervallati da discese, salite e tratti in piano.

Gli ultimi chilometri, otto di discesa spaccagambe, sono durissimi per me. Le ginocchia mi fanno male. Ma sto per arrivare, condivido questa mia piccola impresa con persone importanti e tanto mi basta. Sbuco tra le vie di Santicolo, in lontananza il traguardo. Oggi non ho partecipato, oggi ho vinto contro me stessa!