Guardo la pelle segnata, lievemente, attorno agli occhi. Non tanto, non poco, il giusto di chi ha vissuto la sua vita e anche la sua passione senza risparmiarsi. Guardo lo sguardo. Mi piace ripetere, rafforzare, perché c’è chi vede e c’è chi guarda, e io spero che durante la serata, la gente, abbia guardato. Dentro, oltre, perché Mario su quel palco, affiancato da un abile Juri Pianetti, si è proprio lasciato guardare. Non ha nascosto l’emozione di nominare amici che non ci sono più, di abbandonarsi ai ricordi, di togliersi anche, con eleganza, qualche sassolino dalla scarpa per quel record che, ad oggi, rimane imbattuto. Tutte riflessioni che giungono ora, a caldo, davanti agli scatti dell’amico Diego Degiorgi che, quella serata, non se la sarebbe persa per niente al mondo.

Circa 300 persone hanno riempito, mercoledì 6 agosto, il teatro Tomasini di Clusone per la serata dedicata al 20simo anniversario del record di Mario Poletti sul Sentiero delle Orobie. E hanno applaudito, più e più volte durante la serata, non perché esortati dal presentatore ma per dare merito, in molteplici occasioni, a Poletti.

Un sogno durato meno di nove ore e che ha rappresentato un inizio e una fine. L’inizio di un periodo che dura ancora oggi, in cui le nostre Orobie sono (e sono state) teatro di gare di corsa capaci di coinvolgere negli anni decine di migliaia di persone, e la fine della carriera agonistica di Poletti che forse, se non avesse chiesto così tanto al suo corpo, avrebbe potuto protrarsi ancora per qualche anno. Sì, perchè proprio in quegli anni, Poletti, andava alla grande su gare nazionali e, soprattutto, internazionali. Ma chissà perché il record delle Orobie era diventato la sua dolce ossessione, e allora via, a dare il tutto per tutto, arrivando quasi a barcollare nell’ultimo tratto (dal termine del Passo della porta al Passo della Presolana) senza però mai mollare. A testimoniare la sua impresa il video realizzato 20 anni fa, al termine dell’impresa (https://www.youtube.com/watch?app=desktop&v=YvvQ7MmgMTA) , proiettato in apertura di serata.

Juri Pianetti è stato il collante, l’amalgama perfetta capace di unire il dolce dei bei ricordi (la maggior parte, a dirla tutta) con il salato di quegli aspetti che, magari, si fatica un po’ a riportare alla mente. Come gli amici allora presenti e oggi venuti a mancare, le difficoltà incontrate dopo il record, perché non è vero che quando uno fa bene, la cosa gli venga prontamente riconosciuta, e perché spesso i protagonisti di belle imprese si trovano a combattere contro nemici subdoli e meschini come invidia e la gelosia. Ma Mario, da bergamasco verace, non ha mai dato retta a voci e insinuazioni ma ha lasciato che a parlare per lui fossero, in fin dei conti, i fatti. E i fatti sono stati vittorie, numeri e tempi, riconoscimenti che in seguito sono arrivati non solo in ambito sportivo ma anche professionale. L’uomo che un tempo correva per spostare l’asticella sempre un po’ più in alto, fino al raggiungimento del proprio limite personale, oggi si dice appagato e felice, realizzato. Lui dice di aver avuto la fortuna di vincere… No, arrivare primi non è una fortuna, dirlo invece è umiltà.

“Se dovessi morire domani, posso dire di aver realizzato quasi tutti i miei sogni, nella vita personale, sportiva e lavorativa” – ha raccontato al microfono. Una frase che tuttavia non è una resa… anzi! Con la sua Fly Up Sport e aiutato dall’immancabile e preziosissima moglie Gianina, Poletti organizza gare in tutta la provincia di Bergamo, con l’intento di far conoscere le sue montagne. Quelle stesse montagne che lo hanno portato a volare e che oggi, a distanza di anni, fanno divertire tanti altri corridori del cielo. Il record è lì, che attende di essere battuto, e Poletti non ne è geloso. La speranza è che, qualora arrivasse qualcuno a dichiarare il tentativo, lo faccia con lo stesso amore e passione che mosse lui 20 anni orsono. Un bergamasco forse… perché se non sei orobico, difficilmente ne amerai così tanto l’intreccio nervoso di sassi e radici.

Tanto ci sarebbe ancora da dire. Ma mi piace l’idea di aver lanciato qualche sasso nello stagno e attendo di vedere i cerchi che si allargano, piano piano. Per chi c’è stato quella sera, un plauso. Per Mario pure. Per chi non c’è stato, l’invito è quello di riguardare il video di allora e di andare a percorrere l’intero tracciato, anche in più giornate e a pezzi, e durante la camminata pensare di riassumere tutto in meno di nove ore.

Tatiana Bertera